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Titolo
Dalla serie di sermoni “GEMME DI GRAZIA”
di Alessandro McLaren

“Mettendoci da parte vostra ogni impegno aggiungete…all’affetto fraterno l’amore”. (2 Pietro 1:5, 7)
    I. Notiamo che questa grazia o virtù si ottiene come conseguenza della “pietà”.
“Aggiungete alla pietà l’affetto fraterno e all’affetto fraterno l’amore-carità”. Ci troviamo dinanzi, come è stato già detto prima, a due cerchi concentrici, per tracciarli su un foglio di carta la punta del compasso deve essere fissata al centro. Affinché l’affetto fraterno, e il più vasto amore-carità, possano manifestarsi è necessario puntare il nostro compasso “prima” sulla “pietà”
I non credenti dicono: “Tutto quello che predicate è molto bello ma è soltanto un sogno”. Proprio come quell’avaro barone scozzese disse a Giovanni Knox [animatore di un risveglio evangelico, che condusse alla costituzione della Chiesa libera di Scozia], quando voleva fondare un sistema nazionale di istruzione, utilizzando le entrate della chiesa: “È soltanto una devota immaginazione”.
È vero, è devota immaginazione, fondata sempre ed unicamente su realtà celesti, è un’utopia senza relazione con questo povero mondo di miseria e di egoismo e tale rimarrà se non saremo disposti a seguire il metodo apostolico, che prendendo le mosse dalla la “pietà” giunge all’amore-carità. Esiste soltanto una possibilità per vincere l’egoismo, che è il grande nemico dell’Amore, ed è l’amore di Dio, sparso nel cuore del credente dallo Spirito Santo. Questo produrrà ondate preziose che sommergeranno “l’amor proprio”, che è profondo e posto al centro stesso dell’esistenza umana. Finché l’io è posto al centro delle attenzioni i nostri simili saranno visti come antagonisti, ma quando Dio è posto al centro dei nostri interessi, entriamo in una relazione più o meno amabile con tutti i nostri simili. La “pietà” è l’unica virtù che vincerà l’egoismo che impedisce di seguire il precetto apostolico. Per questa ragione tutte le iniziative filantropiche, che hanno parlato di fratellanza e non della paternità di Dio, si sono rivelate grandi fallimenti.
La “pietà” dona un’energia preziosa per la quale l’amore cristiano può essere realizzato, cioè la presenza che dimora nel mio povero cuore egocentrico, di quell’infinito amore divino.
Perciò, storicamente la stessa concezione dell’umanità nel suo insieme, nella quale ogni individuo è legato da un rapporto di solidarietà col resto, è una concezione cristiana. La parola “umanità”, sia nel significato di somma totale degli esseri umani che come sentimento di tenerezza con il quale essi debbono sentirsi legati, è un prodotto del cristianesimo, e questo sentimento non potrà mai giungere all’espressione della sua sublime potenzialità se non come conseguenza della precedente “pietà”.
Non degradiamo ma eleviamo il comandamento di Cristo che ci spinge a mostrare l’affetto fraterno, quando affermiamo che è secondo e non primo comandamento. “Prega meglio di come ama il prossimo” è un grande errore oppure può essere una grande verità. Costituisce un grande errore se si intende, come spesso viene inteso, come “servizio all’uomo” e diviene un sostituto dell’adorazione e del culto a Dio. Non abbiamo bisogno di rivolgerci ai poeti o ai filosofi sostenitori dell’altruismo perché possiamo apprenderne il valore. Una voce antica l’ha detto tanto tempo fa: “Maestro, qual è, nella legge, il gran comandamento? Gesù gli disse: “Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande comandamento. Il secondo, simile a questo è: Ama il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti” (Matteo 22:36-40). La “pietà” è la radice dalla quale l’amore degli uomini si manifesta come un fiore meraviglioso.
    II. Infine, il nostro testo ci ricorda che questa grazia è il risultato finale di tutta la cultura e la virtù cristiane.
Abbiamo già considerato il principio della suddivisione di questo elenco di grazie cristiane e che troviamo prima le virtù di un severo carattere che riguardano noi stessi, poi quella centrale della “pietà”, cioè della devozione verso Dio, ed infine le grazie più delicate che riguardano gli altri.
Ora osserviamo come da questo amore-carità scaturisca la considerazione pratica che le virtù più severe, per quanto nobili, sono repellenti e frammentarie se non sono accompagnate dall’amore. “La virtù” nel senso di potenza interiore, “la conoscenza”, “l’autocontrollo”, “la pazienza”, nel senso di persistenza e di decisa perseveranza: tutte queste grazie formano un insieme che costituisce un carattere rispettabile, ma che facilmente può divenire duro, deciso, poco attraente e dissimile rispetto a quello del divino Maestro. Perciò hanno bisogno di essere accompagnate e addolcite, elevate e riscaldate dalla presenza di queste grazie più delicate che riguardano gli altri. “Il cavaliere di scorta dovrebbe sempre essere accanto alla sua bianca sposa”. Colui che è soltanto giusto, forte, autocontrollato, paziente, non ha ancora raggiunto l’acme del proprio possibile sviluppo. Tutte queste fredde e severe grazie debbono essere illuminate, come la neve dei ghiacciai, dai raggi di una luce dolce e solenne, per poter brillare in tutta la purezza del proprio candore.
Aggiungete alla virtù l’amore, alla conoscenza la bontà; a tutte le grazie che riguardano il nostro personale sviluppo, la suprema consacrazione dell’eccellenza che dimentica se stessa e stende le mani amabili, piene di tenera solidarietà e abbondanza di doni, verso gli emarginati, anche se appartenenti al mondo ostile.
Inoltre, questo amore divino non soltanto completa le grazie più severe, ma ha bisogno di loro per il proprio sviluppo e il proprio perfezionamento. Nessuno raggiungerà la pratica dell’amore cristiano verso i propri simili soltanto permettendo dei vaghi sentimenti naturali di amabilità e di compassione, i quali, in qualche misura, sono presenti in ogni cuore. È richiesta una disciplina rigida, severa, che si sacrifica e si autocontrolla, prima che la tenerezza dell’amore di Cristo divenga nostro. I pascoli fioriti debbono essere circondati dalle dure rocce che li difendono dai venti. Il nostro amore verso i nostri simili non sarà mai nobile, profondo, simile a quello di Cristo, finché non risulterà conseguenza della severità verso noi stessi.
Infine, ricordiamo che questo ampio e vasto amore-carità è il risultato di una fede personale intensa. Dobbiamo cominciare, fratelli miei, con l’atto che ci isola da tutti; dobbiamo dimenticare tutto di loro e rimanere soli, dovendo lasciare operare Cristo e poi risvegliati alla coscienza di una tremenda solitudine della personalità umana, passare da noi stessi a Lui. Soltanto allora scopriremo che tutti gli uomini sono nostri fratelli. Quando l’amore di Cristo sorge nel mio cuore, allora, e soltanto per fede, sarò condotto a quell’amore vasto che raggiunge tutti gli uomini raggiunti da Cristo e non si può fare altro che amare nella stessa povera misura quelli che sono stati tanto amati da Lui fino a morire per loro. “Siate dunque imitatori di Dio, perché siete figli da lui amati, e camminate nell’amore come anche Cristo vi ha amati e ha dato sé stesso per voi in offerta e sacrificio a Dio quale profumo di odore soave” (Efesini5:1,2).
  da: “Cristiani Oggi” 1994
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