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:: I rapporti sociali — Lezione 2


“Non abbiate altro debito con nessuno, se non di amarvi gli uni gli altri;
perché chi ama il prossimo ha adempiuto la legge“.
Romani 13:8

Il Nuovo Testamento ribadisce più volte che il credente è chiamato ad essere onesto, responsabile ed amorevole nei suoi rapporti con gli altri. Questo concetto è già espresso nell’Antico Testamento Michea 6:6-8. La testimonianza cristiana è la vera crociata per l’emancipazione sociale. Per qualsiasi lavoro, compito o servizio, a cui siamo chiamati, dobbiamo innanzitutto evitare di metterci in primo piano e di cercare il plauso degli altri, operando con semplicità e sincerità di cuore e con la riverenza dovuta a Dio, il nostro vero Signore e padrone.
    1. I Rapporti di lavoro
Il Signore desidera che tutti i credenti manifestino una condotta integra e irreprensibile, lavorando onestamente per aiutare gli altri e dare una sana testimonianza dell’Evangelo Efesini 4:28; 1Tessalonicesi 4:11; 2Tessalonicesi 3:10. Una delle azioni più difficili per un datore di lavoro cristiano è licenziare coloro i quali pensano che, essendo cristiani, potranno essere scusati per la loro pigrizia o negligenza sul lavoro. Un operaio o un impiegato credente è una persona impegnata, seria ed onesta nel proprio lavoro perché opera come per il Signore e quindi con maggiore qualità e produttività di qualsiasi altra persona. Infatti, costoro non devono pensare di fare gli scansafatiche, ma, anzi, devono lavorare meglio 2 Corinzi 5:10; Efesini 6:5-8.
Il fatto che Dio non abbia riguardi personali Galati 2:6; 1Pietro 1:17 implica che anche padroni, capi, sovraintendenti e tutti quelli che sono in autorità sul posto di lavoro dovranno rendere conto al Signore. Se sono cristiani, devono riconoscere di avere anche essi un padrone, Cristo, e pertanto non devono essere arroganti e prepotenti Efesini 6:9.
Generalmente i padroni e i dipendenti entrano in conflitto addossando agli altri varie responsabilità. Può il datore di lavoro cristiano negare diritti di legge ai suoi dipendenti sostenendo che tutti fanno così? E il dipendente cristiano può “fare il furbo”?
Lavoro nero, sfruttamento e mancanza di sicurezza da una parte; assenteismo, indennità di malattia non spettanti e infedeltà dall’altra, permessi usufruiti ingiustamente, sono la descrizione di ciò che accade su molti luoghi di lavoro. Come invece cisi dovrebbe comportare, da credente?
  • Rispettare tutte le leggi dello stato Matteo 22:21; Romani 13:1-8; 1Pietro 2:13-17
  • Non mentire, mai, in nessun caso Apocalisse 21:8; 22:15
  • Mostrare amore e rispetto per tutti Matteo 5:44-48
  • Considerare la propria condizione come un servizio da svolgere per il Signore per essere testimoni di Cristo Colossesi 3:23-25.
  • Non essere amanti del denaro, perché l’avidità e l’avarizia sono idolatria 1 Timoteo 6:10.
La conversione di Zaccheo è significativa e mostra in modo pratico come chi, dopo avere conosciuto il Signore, si pente di una vita passata vissuta nell’imbroglio e vuole invece rimediare concretamente. Non cerca una “sanatoria” scontata ma addirittura restituisce quattro volte la somma illegalmente guadagnata Luca 19:8.
    2. I Rapporti con le autorità Romani 13:1-7
Dio non ha mai voluto che l’umanità vivesse nell’anarchia senza leggi, anzi, è Lui stesso a “ordinare” il governo umano. I cristiani devono rispettare sempre le autorità, pagare le tasse ed accettare le responsabilità che ha ogni buon cittadino. L’unica eccezione potrebbe sollevarsi nel caso in cui un governo chiamasse a fare qualcosa che violi la legge di Dio Daniele 6:10; Atti 4:19.
Se è vero che dobbiamo onorare e rispettare le istituzioni, i magistrati, la legge è altresì vero che si inizia “dal basso”, rispettando e onorando ogni forma di autorità: i figli devono rispettare e onorare i propri genitori Colossesi 3:20; i credenti, i fratelli responsabili e i pastori della comunità Ebrei 13:17; i lavoratori i propri responsabili  1 Timoteo 6:2; Tito 2:9.
Non è possibile esercitare la sottomissione e l’ubbidienza a Dio e rifiutare di sottoporsi all’autorità umana. La natura umana vorrebbe vivere senza freni. L’educazione ha inizio nella famiglia e nella casa dove si impara e si sviluppa il rispetto e l’ubbidienza ai genitori, a Dio, alla legge e all’ordine.
I Figli acquistano rispetto per la chiesa e per il conduttore di essa dall’esempio dei genitori e da coloro che sono più grandi di loro. Quest’ubbidienza è indispensabile perché mostra amore e rispetto per la divina Parola di Dio Neemia 8:5,6. Il pastore non è un’autorità nel senso che gode di particolari privilegi spirituali presso Dio o di una posizione di supremazia, egli assolve un servizio importane e ben preciso, amministra e annuncia la Parola. In virtù di questo ruolo e impegno egli dev’essere rispettato, ascoltato ed aiutato da ogni membro di chiesa 1 Timoteo 5:17,18; Ebrei 13:7. Se il popolo non rispetta il conduttore e non gli ubbidisce, possiamo essere certi che nella maggior parte dei casi non ubbidirà neppure a Dio. La stima che abbiamo per Dio, di solito, è in proporzione diretta con la stima, l’amore e il rispetto che abbiamo per il Suo operaio.
In tutti gli ambienti della vita siamo chiamati ad esercitare sottomissione e ubbidienza, la ribellione è paragonata, nella Scrittura, alla stregoneria e all’idolatria 1 Samuele 15:23. Dove mancano queste virtù non ci sarà progresso, invece la benedizione di Dio è sopra chi è ubbidiente Giobbe 36:11; Apocalisse 22:14.
    3. I Rapporti con il prossimo
In questa sezione vorrei in modo particolare enfatizzare, l’amore da avere nei confronti di chi non conosce il Signore, e la consapevolezza di estinguere “il debito” dell’evangelizzazione. In una società dove ormai è diffusa la tendenza a non negarsi nulla, anche facendo debiti, la Scrittura mette in guardia il credente, esortandolo all’amore Romani 13:8.
Ogni giorno abbiamo contatto con delle persone e in noi sorgano dei sentimenti nei confronti loro. Nell’imparare ad amare Dio ci accorgeremo che il nostro amore per Lui eserciterà una grande influenza anche sul nostro atteggiamento verso gli altri. L’amore sparso nel cuore di Paolo lo faceva sentire debitore nei confronti di chi non conosceva il Signore Romani 1:14.
Se non riusciamo a raggiungere i non salvati dev’esserci qualcosa che non va. Forse non abbiamo un’idea esatta dello stato in cui vive il peccatore, se avessimo invece la consapevolezza della triste condizione dei perduti avremmo una grande compassione per loro.
L’amore che Mosè ebbe per Israele lo portò ad elevare una preghiera d’intercessione singolare Esodo 32:31,32. Dio ha posto nelle nostre mani la capacità d’influenzare la vita dei non convertiti; è vero che non possiamo costringere nessuno a convertirsi, ma amarli si, possiamo e dobbiamo. L’amore per loro ci porta a parlare di Cristo. Il comportamento silenzioso non sempre ha successo. Se non testimonieremo apertamente, non potremo condurli alla conoscenza di Cristo e della salvezza 1 Giovanni 1:1-4; 4:14-17,21.

Come guida: Manuale di Studio per le Scuole Domenicali A.D.I.

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