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:: Che hai in mano?

"E l'Eterno disse a Mosè: che hai in mano?" (Esodo 4:2).

    La storia di Mosè è senz'altro una delle più avvincenti storie di tutta la Bibbia. Egli visse in tutto 120 anni e la sua vita può essere suddivisa in tre periodi principali: 40 anni vissuti in Egitto alla corte del Faraone; 40 anni vissuti nel paese di Madian alle dipendenze del suo suocero; e 40 vissuti nel deserto come guida degli Israeliti.
    Nel primo periodo della sua vita, quando era un promettente futuro Faraone, egli sentì il desiderio di rendersi disponibile ad aiutare i suoi fratelli Ebrei, "scegliendo piuttosto di essere maltrattato col popolo di Dio, che di godere per breve tempo i piaceri del peccato…" (Ebrei 11:25). Nonostante questi buoni sentimenti però, la sua apparizione sulla scena è delle più drastiche, egli uccide un egiziano che percoteva un suo fratello Ebreo (Es. 2:12). Un gesto degno, questo, di chi vuole dimostrare che è pronto a combattere per la giusta causa e a qualsiasi condizione
Mosè
a favore dei più deboli. Ma un gesto, purtroppo, che non servì se non a suscitare il disappunto dei suoi fratelli; quelli che forse, mirando il suo gesto "eroico", avrebbero dovuto acclamarlo come loro liberatore. Tutt'altro, Mosè molto presto fu costretto a scappare per eludere la condanna di Faraone e si fermò solo nel paese di Madian, in un ambiente tutto differente da quello dove era vissuto fino ad allora; un ambiente contadino la cui vita era basata prevalentemente sull'agricoltura e la pastorizia. Ed ecco che il futuro Faraone si ritrovò a pascere delle pecore per poter vivere. Cos'era successo? Non ero forse gradito a Dio lo zelo col quale Mosè si presentò al suo servizio? Niente di tutto questo, il Signore voleva semplicemente insegnare a Mosè che non sarebbero state certo le sue armi e la sua forza a permettere la liberazione di Israele, ma il semplice fatto che egli voleva offrire la sua vita per gli altri. Ci vollero ben 40 anni perché Mosè maturasse questo suo desiderio, anni nei quali fece i lavori più umili (rispetto a quella che era la sua promettente carriera) ma tanto, tanto essenziali per il suo avvenire spirituale.
    Dio non si dimenticò di lui e del suo desiderio di servirlo, infatti, quando ormai Mosè raggiungeva l'80° anno di vita, lo chiamò annunciandogli che sarebbe stato il liberatore d'Israele dall'Egitto. Adesso Mosè, sembra non essere più disposto a collaborare; sembra quasi voler esimersi da questo compito, forse perché aveva capito la difficoltà della missione o forse perché aveva riconosciuto la sua debolezza. Ed è proprio questo che il Signore voleva. Iddio desiderava che Mosè partisse: non con le sue forze, non con le sue "capacità", ma con la sicurezza che Egli stesso l'avrebbe aiutato (Es. 3:12).
La potenza di Dio
    Di fronte alle ripetute esitazioni di Mosè ed alle sue titubanze il Signore si presenta con una domanda in particolare: "Che hai in mano?" Una semplice domanda che richiamava l'attenzione di Mosè su di un bastone; una cosa apparentemente insignificante che però dimostrava la sua attitudine al servizio e all'operare. Egli fu senza dubbio meravigliato dalla domanda di Dio il quale voleva fargli capire che per fare i segni e i prodigi, con i quali avrebbe convinto gli israeliti, era necessario un semplice bastone, simbolo di mansuetudine e di
umiltà.
    Lo stesso vale anche per noi oggi; forse fino ad ora abbiamo creduto che per essere al servizio di Dio abbiamo bisogno di una potenza umana che non ha pari, o forse ci rendiamo troppo spesso conto di essere così miseri, incapaci, meschini da non possedere quelle caratteristiche che ci abilitano al servizio del Re dei re.
    Se è così il Signore allora ci porta a considerare quello che abbiamo in mano perché sarà proprio quel qualcosa che utilizzeremo per la sua gloria. Il salmista diceva: "poiché non è nel mio arco che mi confido…" (Salmo 44:6) per dimostrare che la sua confidanza era nel Signore e in quello che Lui poteva fare per mezzo suo. In fin dei conti noi siamo degli strumenti nelle Sue mani e se ci lasciamo "suonare" noteremo l'efficacia della Sua potenza nella nostra vita. Sono sicuro che il Signore Gesù non avrebbe operato il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesce se non ci fosse stato l'intervento di un fanciullo che mise a disposizione la sua colazione. Dico questo non per negare la potenza di Dio ma per partecipare che Egli si compiace della nostra collaborazione anche se piccola e insignificante agli occhi di qualcuno.
    Nella parabola dei talenti è espresso chiaramente che per essere definiti degni servitori non è necessario disporre chissà di quale ricchezza, ma basta mettere a disposizione nelle mani di Dio quell'unico talento che forse abbiamo col desiderio di farlo fruttare.
    Nessuno è escluso quindi nel servizio per il Signore ma ognuno trova la sua occupazione (perché Dio non assume per poi "mantenere dei disoccupati") ed anche se non siamo tanti Mosè sappiamo però che, come una povera vedova della Bibbia, stiamo dando a Dio "tutto quello che abbiamo in mano".
Antonio Barbetta

da: IL CEDRO




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