Tutto l'evangelo Adi 8x1000 - 2015
Home | Forum | Newsletter | Audio mp3 | Scuola Domenicale | Eventi | Foto | Link
Inserisci il tuo indirizzo Iscrivimi Cancellami Leggi arretrati Leggi arretrati
L'angolo del Pastore
Nato di nuovo
Letture
Studi biblici
Meditazioni
Pensieri
Attualità
Pionieri
Bibbia online

Emittenti TV Cristiani Oggi

Il messaggio della settimana in mp3

Le frequenze di radio evangelo

La nostra comunità

Testimonianza PentecostaĆ²e

Chi siamo

Le nostre attività

Turno campeggio 2017

Giornalino L'informatore Evangelico

Studio sul “PADRE NOSTRO”  
Un modello di preghiera
“Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà anche in terra come è fatta nel cielo. Dacci oggi il nostro pane quotidiano; rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori; e non ci esporre alla tentazione, ma liberaci dal maligno”. (Matteo 6:7-13).

La preghiera cosiddetta “Padre nostro” (che nell’ambito di certe chiese cristiane non viene mai espressa per timore di cadere in un’arida recitazione), se non viene recepita come una serie di insegnamenti del Cristo e vissuta nei suoi particolari, perde tutto il suo significato e la sua funzione. Quando la si recita, ma non è vissuta, assume il negativo carattere della giaculatoria. Ciò significa letteralmente gettare delle parole verso Dio, a scopo scaramantico, dimostrative di una religiosità puramente formale, di una fede inesistente.
Questo modello di preghiera esprime il pensiero, lo spirito di Gesù Cristo e pone il credente a diretto contatto con Dio Padre, facendolo interprete e collaboratore del divino piano di salvezza e di redenzione dell’umanità, testimoniando nel contempo della sovranità assoluta di Dio su tutto e su tutti.
Nella misura concessa dallo Spirito Santo, vediamo dunque di riflettere in breve sui concetti di questo insuperabile modello di preghiera, testimonianza del rapporto che deve esistere fra chi prega e Colui che è pregato, fra la terra e il cielo, rapporto possibile unicamente agli autentici figli di un così grande, divino Padre (Giovanni 1:9-13).
  1. PADRE NOSTRO CHE SEI NEI CIELI
"Non chiamate nessuno sulla terra vostro padre, perché uno solo è il padre vostro, quello che è nei cieli”. Questa autorevole dichiarazione di Gesù evidenzia una trasgressione a cui certi settori del cristianesimo sono indotti: ha un padre sulla terra, surrogato del solo vero Padre che è invece nei cieli. Gesù non ha voluto disconoscere la paternità naturale che ogni uomo ha sulla terra, anzi, egli precisa: “Onora tuo padre e tua madre”. Gesù vuole indirizzare l’uomo a non sostituire spiritualmente l’unico vero Padre di tutti, quello celeste, divino, e soprattutto a non dare credito a chiunque volesse sostituirsi a esso (Matteo 23:8-11. Giovanni 14:6-9).
Di usurpatori della posizione che solo Dio detiene nell’universo, destinati comunque al fallimento, ce ne sono sempre stati e sempre, e sempre ce ne saranno (Esodo 3:1-14; Giovanni 8:14,28,58; Matteo 24:4-5). Tuttavia una certa autorità, un certo potere, ma non la sua divinità, Dio li ha lui stesso demandati alla sua Chiesa, come li demandò a Mosè, ai suoi profeti, agli apostoli e ad altri ministri di Gesù Cristo (Luca 10:19-20; Matteo 18:18; 1Corinzi 5:4-5; 12:1-11; Atti 1:8). Ma nessuno di costoro si dichiarò mai Padre, oscurando la personalità divina di Colui che è nei cieli. Invece la tendenza a farsi considerare Padre in assoluto e tuttora vigente sulla terra.
Chi fa di un essere umano il proprio Padre celeste, si preclude la possibilità di conoscere il solo vero Padre che è nei cieli, di avere una personale relazione con Lui, e risulterà orfano per l’eternità (Giovanni 14:15-18). Riflettiamo dunque su quanto Gesù ci dice: “Non chiamate padre nessuno sulla terra”. Ovvero non riteniamo per padre originario, Creatore e Signore, nel quale confidare, da ascoltare, ubbidire e adorare nessuno in veste umana (Esodo 20:1-5; Atti 10:25-26; Apocalisse 19:9-10; 22:8-9).
Dopo aver riflettuto su questo particolare insegnamento, rallegriamoci per il fatto che l’Ente supremo, il Creatore dell’universo, l’Onnipotente, il solo vero Dio, la massima espressione dell’amore si è degnato di esserci Padre e che, come figli, possiamo accostarci a Lui in spirito, confidenzialmente, con tutti i vantaggi che questa relazione comporta (Matteo 7:7-11).
  1. SIA SANTIFICATO IL TUO NOME…
In quanto figli di Dio, i cristiani portano in sé il nome di Dio (Giovanni 1:11-13). Questo nome deve essere santificato santificando se stessi. Santificarsi significa separarsi da tutto ciò che potrebbe far equivocare l’integrità morale e divina di Dio, separarsi per una causa ben precisa, in questo caso quella che Dio sta svolgendo nel mondo, aliena da impurità, profanità. A formare la santità dei figli di Dio, testimonianza visibile dell’invisibile santità di Dio, concorre Dio stesso: “Or l'Iddio della pace vi santifichi egli stesso completamente; e l’intero essere vostro, lo spirito, l’anima e il corpo, sia conservato irreprensibile per la venuta del Signor nostro Gesù Cristo”. Da questo pensiero dell’apostolo Paolo rileviamo che Dio è l’artefice della nostra santificazione per mezzo di Gesù Cristo (1Corinzi 1:20-30), ma che anche noi dobbiamo cooperarvi (1Timoteo 6:12; Efesini 6:10-12; Matteo 10:22).
Nessuno ha un chiaro concetto della santità di Dio, la descriviamo con aggettivi che riteniamo i più appropriati; siamo invece consapevoli di quella che deve essere la nostra condotta, tenuto conto della presenza di Dio in noi (1Corinzi 6:17-19; Giovanni 14:22-23), e delle sue proposizioni contenute nella Bibbia per noi. È dunque la sua presenza spirituale in noi e la sua parola che, come cristiani, dobbiamo santificare, cioè non profanare. Il suo nome viene santificato nel pieno rispetto dell’opera che Egli compie in noi.
Siamo osservati dal mondo, e dal nostro comportamento il mondo capisce se il nome di Dio, così frequente sulle nostre labbra, è santificato o vanificato. “Quelli di fuori” sono indotti a credere o a non credere in Dio soprattutto dalla condotta tenuta da coloro che di Lui parlano tanto (Giovanni 17:20-23; 13:34-35; Matteo 5:16; 1Pietro 1:14-17).
Dunque “Sia santificato il tuo nome”, va inteso non col ripeterlo verbalmente, ritualmente che egli è Santo, Santo, Santo (Matteo 7:21), ma mediante la giusta considerazione della sua personalità, nell’intento di vederla proiettata sulla nostra personalità: “Siate santi, perché io sono santo”, dice il Signore.
Ora, se un sincero interesse è rivolto a Gesù Maestro e Guida, saremo in grado di scoprire nel suo comportamento e nel suo insegnamento verbale il vero significato di “siate santi”. Gesù, pregando il Padre per i suoi discepoli, diceva: “Per loro io santifico me stesso, affinché anch’essi siano santificati nella verità”. Da ciò la necessità di guardare a lui, per comportarci come lui nella sua natura umana si è comportato (2Corinzi 3:18; Giovanni 6:40). Ribadiamo il concetto che la santificazione del nome di Dio deve essere evidenziata dai suoi figlioli.
Certi nostri criteri di santificazione potrebbero essere errati, ma quelli che acquisiamo imitando il Signore Gesù, risulteranno sempre giusti, perché tutto di lui è verità. Chi lo ama è “Santificato nella verità”.
  1. VENGA IL TUO REGNO…
Gesù ha affermato che il regno di Dio non è qualcosa che “attirerà gli sguardi”, né di cui si possa dire: “Eccolo qui, o eccolo là, perché, ecco, il regno di Dio è dentro di voi”. Altri traducono; “In mezzo a voi”. Un regno trae la sua consistenza, la sua ragione d’essere dalla presenza del suo re e dei suoi sudditi. L’apostolo Paolo, in una sua lettera ci pone di fronte ad una verità rivelata e da lui stesso dimostrata: Il corpo, la persona del credente è il tempio di Dio. Ciò in virtù dello Spirito Santo che vi abita. Precisa inoltre che onorando il corpo secondo l’ordine morale stabilito da Dio, si glorifica il Dio che lo abita (1Corinzi 6:17-20; Giovanni 14:15-17,23). Tutto ciò fa luce sull’effettiva e terrena ubicazione del regno di Dio.
Come cristiani rifiutiamo in modo assoluto che il regno di Dio sia qualcosa che l’uomo si prefigge di edificare sulla terra, invadendola con ideologie, filosofie e direttive religiose che con Dio non hanno alcuna attinenza, e che alla fine ne farà un unico regno. In tal caso si tratterà sempre del “regno di questo mondo” e non di Dio. Si giungerà a costituire gli Stati Uniti del Mondo, ma non il regno di Dio. Un simile regno lo si potrebbe sempre scorgere “qui o là”, mentre Gesù ha esplicitamente affermato: “Il mio regno non è di questo mondo”, riferendosi sia al sistema che alla ubicazione del suo regno.
Il regno di Dio è dunque una realtà spirituale per coloro che della loro persona hanno fatto un territorio che ospiti il Re dei re e le sue leggi. Per costoro sarà poi garantita la partecipazione al regno vero e proprio che Gesù Cristo, e non altri, costituirà sulla terra alla fine del presente sistema di cose, caratterizzato dalla Sua visibile presenza (Apocalisse 5:9-10; 11:15; 20:4-6; Atti 1:9-11; Matteo 14:29-31).
Detto regno dimostrerà a tutte le nazioni la giustizia che avrebbero dovuto cercare e praticare durante il loro governo del mondo (Matteo 5:20; 6:33; Apocalisse 19:11-16).
Sarà poi in seguito a questo millenale regno di Cristo sulla terra che verrà attuato l’eterno regno di Dio, ovvero i “Nuovi cieli e la nuova terra” sostitutivi del cielo e della terra attuali (Apocalisse 20:11; 21:1).
È dunque con questa conoscenza e questa fede nel cuore che possiamo rivolgerci con pertinenza al Padre nostro per dire: “Venga il tuo regno”!
In attesa di questi avvenimenti, i cristiani annunciano il vangelo della salvezza e nel contempo il regno di Dio le cui caratteristiche sono per il momento rese evidenti dalla loro condotta di vita (Apocalisse 5:9-10; 1Pietro 2:9-10).
È un dovere per chi diffonde il vangelo, presentare oltre al divino piano della salvezza, anche il modo e il luogo che costituirà la sede ultra terrena ovvero il definitivo regno di Dio. Infatti, chi dovesse credere nel Re Gesù Cristo, ha il diritto di sapere dove e come trascorrerà l’eternità (Matteo 3:2; Luca 10:11; Matteo 4:23; 9:35; 24:1; Giovanni 14:3; Atti 1:3; 8:12; etc.).
Rendiamo dunque viva e concreta l’invocazione: “Venga il tuo regno”!
  1. SIA FATTA LA TUA VOLONTÀ ANCHE IN TERRA COM’È FATTA NEL CIELO…
Siamo costretti a usare termini umani per definire il modo con cui in cielo viene fatta la volontà di Dio: ubbidienza, amore, servizio. Sulla base di queste essenzialità ci regoliamo nel fare la volontà di Dio sulla terra. Va comunque dato per scontato che fra gli angeli e Dio, per la sussistenza del suo regno, debba esserci un’intesa perfetta; alla volontà di Dio corrisponde la libera, non forzata sottomissione delle schiere celesti. Se non fosse impostato in tal maniera il sistema esistenziale soprannaturale, dovremmo definirlo di breve durata, provvisorio come quello terreno e addirittura quello planetario. (Matteo 24: 29,35). Ma nel cielo, sede dell’unico vero Dio, l’intesa, l’ordine sono assoluti. Ci fu, prima della fondazione del mondo, un’azione sovversiva nel cielo, per opera del cherubino Lucifero, divenuto così Satana, e ciò denota il libero arbitrio di cui sono dotati anche gli angeli, ma quella rivolta fu subito repressa con la sconfitta e la scacciata dell’avversario di Dio e dei suoi numerosi seguaci (Apocalisse 12:7-10; 20:10; Luca 10-18). A questo scopo, Gesù Cristo è redentore anche del regno celeste, cioè atto a cancellare la macchia apparsa in quella triste circostanza nel regno celeste (Efesini 1:7-10; Colossesi 1:13,19,20).
Pertanto alla Chiesa di Gesù Cristo viene richiesto che, per la potente assistenza dello Spirito Santo, lo stesso ordine, la stessa sottomissione e ubbidienza a Dio presenti nel cielo si verifichino sulla terra.
Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati, ma è nell’ubbidienza a Lui che la salvezza diventa fatto concreto e vita eterna. Ma oltre questi due benefici fondamentali, molti altri se ne aggiungono quando i credenti lo sono fino al punto di fare la totale volontà di Dio.
Si è soliti attribuire i successi riportati da Gesù Cristo sulla terra al fatto che Egli non era soltanto Figlio dell’uomo, ma anche Figlio di Dio. Sulla base di questa convinzione molti cristiani si escludono dall’impegno di continuare nel mondo l’azione salvifica e carismatica del Cristo (Matteo 28:19-20; Giovanni 14:12; Atti 1:8).
Ma lo stesso Spirito che rese attivo ed efficace il Figlio di Dio sulla terra, è stato conferito da lui stesso anche alla sua Chiesa, che è il Corpo di lui, perché lo manifesti in ogni tempo è luogo (Giovanni 1:32-34; 14:15-17; Atti 2:1-4; 37-39).
Da ciò si deduce e si deve constatare la facoltà di adempiere in tutto e per tutto la volontà del Padre che è nei cieli. La Chiesa gode dell’intervento potente dello Spirito Santo, ma lo può manifestare unicamente mediante la propria fede, la fede del singolo chiamato da Dio, cioè dal credito dato alla divina parola dimostrato dalla sua messa in pratica. L’ubbidienza ha un gran ruolo nella manifestazione della volontà di Dio che non si riduce così a un fatto puramente letterale. Cristo stesso, nello svolgimento della sua missione, fu un esempio di ubbidienza. Infatti, egli si espresse in questi termini dopo ogni sua azione dimostrativa di un potere soprannaturale: “Il mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato, e di compiere l’opera sua…”
“Il Padre mio opera fino ad ora, e anch’io opero… In verità, in verità vi dico che il Figlio non può da se stesso fare cosa alcuna se non la vede fare dal Padre; perché le cose che fa il Padre, anche il Figlio le fa ugualmente. Perché il Padre ama il Figlio, e gli mostra tutto quello che egli fa…” Il Padre ama anche la sua Chiesa, il suo popolo, ogni singolo credente.
Necessita dunque per i cristiani, interessati all’estensione dell’opera compiuta da Cristo sulla terra, di conoscere la volontà del Padre, contenuta globalmente nella Bibbia ed espressa loro specificamente dallo Spirito Santo, nella forma di particolari vocazioni. Il sincero desiderio di servire la causa del Cristo, facendo così la volontà del Padre, viene sempre soddisfatto; e l’apostolo Giovanni ce ne rivela il modo: “E questa è la fiducia che abbiamo in lui (Dio) che se domandiamo qualche cosa secondo la sua volontà, egli ci esaudisce”.
Qualunque disservizio, anomalia, defezione, staticità dinamica, spirituale, della Chiesa va addebitata all’indisponibilità dei suoi componenti di fare la volontà del Signore. Se colui che è in possesso di detta conoscenza, non la tradurrà in fatti concreti mediante la fede, così come disse Dio a suo tempo: “Il mio popolo perisce per mancanza di conoscenza”, allo stesso modo perirà. Il rischio di fallire è preannunciato dal rifiuto di fare la volontà di Dio: “Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradevole e perfetta volontà” (Romani 12:2).
Perché non ci si chieda ripetutamente a vuoto in cosa consista la volontà di Dio, riprendiamo il fondamento di tutti gli ordinamenti lasciati da Dio a Mosè, ai profeti e così riassunti dal Figlio di Dio: “Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande primo comandamento. Il secondo, simile a questo, è: ama il prossimo tuo come te stesso”.
Il fatto di amare il prossimo ci porta ad adempiere una precisa volontà di Dio: Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verità. E Gesù ribadisce questo volere di Dio traducendolo con queste sue parole: “Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte le cose che vi ho comandate” (Matteo 28:18-20). Questa volontà di Dio ci appare come un’impresa colossale, ma non deve intimorirci, poiché Gesù, al quale ogni potere è stato dato in cielo e in terra, è con noi fino alla fine del mondo, e il suo potere ci è co nferito dallo Spirito Santo che ci è stato dato.
  1. DACCI OGGI IL NOSTRO PANE QUOTIDIANO…
“Quotidiano” è riferibile al bisogno giornaliero, in modo che nessuno ne abbia troppo e ad altri manchi. L’accaparramento produce sempre un danno, sia per l’inevitabile penuria che produce, sia per l’accaparratore stesso (Esodo 16:16-17,20). Gesù insegna: “Non siate con ansietà solleciti, dicendo: Che mangeremo?”
La parola “nostro”, riferita al pane, fa intendere che Dio ha provveduto fin dalla creazione del mondo, ad ogni essere vivente la sua parte di cibo. Pertanto chi, sotto le più diverse forme fa incetta di questo e di altri beni, guasta l’operato di Dio e danneggia il suo prossimo.
Qualcuno trasforma il significato di questo brano del cosiddetto "Padre nostro" dandogli un carattere allegorico, simbolico, iperspirituale. Il concetto di pane materiale viene dirottato verso quello squisitamente spirituale presentato da Gesù quando parla di se stesso: “Io sono il pane della vita… Io sono il pane che è disceso dal cielo; se uno mangia di questo pane vivrà in eterno…”. Stando così le cose, si dovrebbe pregare: “Padre, dacci di questo pane spirituale che, a quello materiale ci pensiamo noi”. Invece la preghiera tratta proprio del pane di frumento, il più diffuso e a volte unico nutrimento dell’uomo.
“Dacci”. Non è un ordine dato a Dio, ma una preghiera, superflua per molti, necessaria per altri. Dipendiamo tutti dalla terra che Dio ha creato, dal re all’ultimo dei sudditi. Dio è stato provvido e, a tal proposito, si è creato anche degli amministratori, nel senso che i beni naturali, come quelli spirituali, sono concessi ad alcuni in misura straordinaria perché vengano distribuiti equamente a quanti sono in grado di procurarseli, testimoniando così l’altruismo, la generosità, la giustizia del Creatore, nonché il fatto che gli uomini dipendono l’uno dall’altro.
Un uomo, che pur aveva ricevuto una gran quantità di beni da Dio, dipendeva quotidianamente da Lui, tanto da pregare nella seguente maniera: “Non darmi ne povertà né ricchezza, cibami del pane che mi è necessario, perché io, una volta sazio, non ti rinneghi e dica: Chi è il Signore? oppure, diventato povero, non rubi profanando il tuo nome” (Proverbi 30:8-9). E un altro personaggio biblico, grandemente gratificato da Dio e disposto all’altruismo, diceva: “Io sono stato giovane e sono anche invecchiato, ma non ho mai visto il giusto abbandonato ne la sua discendenza elemosinare il pane”.
Questo modello di preghiera inizia con la parola Padre, perciò sottintende che chi prega sia figlio, potrebbe mai tanto un Padre rifiutare la sua assistenza quotidiana ai suoi figli? (Matteo 5:45). Un comportamento così negativo l’ha finora tenuto l’uomo nei confronti del suo prossimo, ma non Dio. Se crediamo che Gesù è il pane disceso dal cielo, e facciamo bene a nutrircene, non dobbiamo rifiutare il pane di frumento ai nostri simili, mascherandoci dietro un vuoto misticismo: “Se un tuo fratello o una sorella non hanno vestiti e mancano del cibo quotidiano, e uno di voi dice loro: ’Andate in pace, scaldatevi e saziatevi’, ma non date loro le cose necessarie al corpo, a che serve? Così è della fede; se non ha opere è per se stessa morta” (Giacomo 2:15-17).
Siamo entrati nel terzo millennio, caratterizzato anche questo da generazioni che al pane preferiscono il companatico: sarà mai destinato a sparire il vero pane? No, finché servirà da paragone al pane celeste, Gesù Cristo, di cui l’umanità ha urgente bisogno. Tuttavia, il bisogno dell’umanità sembra non riguardare più il pane, se non in certi paesi del cosiddetto terzo mondo, ma viene dirottato verso il superfluo ritenuto un diritto: l’automobile, il cellulare, il televisore, il turismo, l’abbigliamento firmato, ecc.
A volte, il fatto di disprezzare il “Pane disceso dal cielo”, cioè Cristo e la sua missione, può ingenerare la vera e propria fame di pane materiale. Questa fame può aiutare l’uomo a cercare e trovare Dio, a rivolgersi a lui per dire: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”.
  1. RIMETTICI I NOSTRI DEBITI COME ANCHE NOI LI ABBIAMO RIMESSI AI NOSTRI DEBITORI…
La possibilità che i nostri debiti (e chi non ne ha, siano essi morali o materiali?) siano estinti dai creditori, ci farebbe un gran piacere. Che invece si debba essere noi a estinguere quel che ci è dovuto, non ci trova troppo consenzienti. Vogliamo essere perdonati senza perdonare.
Dio è un grande perdonatore (Salmo 103:3-5; Isaia 55:7), ma lo è quando ci disponiamo a fare altrettanto: egli ci rimette i nostri debiti quando noi li abbiamo già rimessi ai nostri debitori (Matteo 5:23,24; 6:14-15). È facile dedurre che per attuare una simile operazione si debba ricorrere ad un amore superiore a quello da noi praticato, ad un amore divino. Dio è amore e può, anzi vuole, esprimersi attraverso di noi (1Giovanni 4:12,13,16).
L’amore di Dio è giunto fino al punto di non imputare agli uomini le loro colpe, riconciliandoli con sé mediante l’espiazione dei loro peccati compiuta da Gesù sulla croce: “Ma Dio, che è ricco in misericordia, per il grande amore con cui ci ha amati, anche quando eravamo morti nei peccati, ci ha vivificati con Cristo (è per grazia che siamo salvati)… e ciò non viene da voi, è il dono di Dio. Non è in virtù di opere (umane), affinché nessuno si vanti… (Efesini 2:4-9).
È anticristiano ed antiscritturale sperare di saldare i nostri debiti con Dio a suon di quattrini o di chissà quali sacrifici per garantirci un posto sicuro nell’aldilà o in un ipotetico purgatorio. Affinché il passaggio dalla morte spirituale alla vita con Dio possa essere certo, va esercitata prima la fede personale in Lui, e poi va usata la medesima misura di perdono che Lui ha usato verso noi, per perdonare i nostri debitori: “Beati i misericordiosi, perché a loro misericordia sarà fatta… Perché se voi perdonate agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche voi; ma se voi non perdonate agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe”.
Non c’è niente di più bello, liberatorio e vivificante del potersi sgravare di qualsiasi tipo di debiti. Sgravando gli altri dal debito che hanno con noi, li restituiamo alla vita. Vogliamo pregare Dio dicendo: “Rimettici i nostri debiti”, oppure mettici addosso il sempre più pesante fardello dei nostri peccati che comportano un’eterna condanna?
“Figli miei (scrive l’apostolo Giovanni) vi scrivo queste cose perché non pecchiate; e se qualcuno ha peccato, noi abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto. Egli è il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati, e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo” (1Giovanni 2:1-2). Vogliamo anche noi cristiani seguire questo esempio di amore e di misericordia verso i nostri debitori?
  1. E NON ESPORCI ALLA TENTAZIONE…
Dio non intende divertirsi alle spalle di noi deboli esseri umani, come accade nella mitologia. Egli non tira a suo piacimento i fili dell’umanità, come farebbe un marionettista. Dio non sottopone nessuno alla tentazione col fine ingiustificabile di perderlo. Semmai Dio vuole provare la consistenza della nostra fede, come fece, ad esempio con Abramo e con Giobbe, non mancherebbe di assisterci passo passo nel corso di essa (Giacomo 1:2-4; 1Corinzi 10:13). Gesù stesso passò attraverso la prova della propria fede (Ebrei 5:4-9).
Che significa “esporre”? Il termine era anche usato per un neonato che veniva abbandonato alla pubblica carità. Nel caso nostro significherebbe esposto, affidato, abbandonato al maligno.
Non sarà mai Dio a indurci, a immetterci nella tentazione: “Nessuno, quando è tentato, dica: ’Io sono tentato da Dio’; perché Dio non può essere tentato dal male, ed Egli stesso non tenta nessuno; invece ognuno è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce” (Giobbe 1:6-12,22; 2:1-10). Pertanto siamo noi, con le nostre voglie insane a suscitare la tentazione, alla quale Satana è subito pronto a corrispondere. Quando ciò si verifica, coscienti di non poter superare da soli le forze del male, dobbiamo invocare l’aiuto di Dio che, per l’appunto, non ci lascerà in balia della tentazione non ci abbandonerà. L’invocazione rivolta a Dio riguarda in modo specifico chi è tentato e non è una premessa per non essere tentati. Gesù fu ripetutamente tentato nella sua umanità, non perché mosso da concupiscenza ma perché Satana, come fece con Giobbe, volle minare la sua fede inducendolo ad abbandonare la missione che era venuto a compiere sulla terra. Satana fu sconfitto, schiacciato dal peso granitico della Parola di Dio usata con pertinenza da Gesù. Egli rimase fermo nel proposito di piacere al Padre in tutto e per tutto (Giovanni 6:38; 8:29). Questa fermezza muove il Padre a liberare i suoi figli nel momento critico della tentazione (Matteo 4:1-11; 26:36-46; Ebrei 4:15-16).
Dall’esperienza vissuta da Gesù nel Getsemani, apprendiamo che l’aiuto efficace nel momento della tentazione è la preghiera. Sembrerebbe assurdo pregare proprio nel vivo della tentazione, alle soglie del peccato, ma in realtà si stabilisce un contatto con l’Onnipotente il quale non permetterà che si venga sopraffatti dal male: “Quel che è impossibile all’uomo è possibile a Dio”!
Le svariate prove sostenute e superate da Gesù lo resero tuttora sensibile verso coloro che sono tentati per liberarli (Ebrei 2:18).
Come cristiani badiamo piuttosto a non tentare noi il Signore, speculando su questo suo aiuto, nel senso di avventurarci stoltamente nella tentazione, perché in tal caso non ci sarebbe per noi nessuna liberazione (Matteo 4:7; Ebrei 3:7-11).
  1. MA LIBERACI DAL MALIGNO.
“Liberaci dal maligno” o, come altri traducono: “Liberaci dal male”, quasi che a nominare il maligno sia più impressionante del nominare il male. È la stessa cosa: l’artefice di tutto ciò che è male è il maligno, Satana. Ci incoraggia però il fatto che il Cristo, nel quale abbiamo riposto la nostra speranza, l’ha vinto (Giovanni 16:33; Romani 8:35-39; 1Giovanni 5:4-5).
È convinzione di molti cristiani che una volta convertiti a Cristo, una volta battezzati e addirittura battezzati nello Spirito Santo, non si è più presi di mira dal maligno. Gesù, pieno di Spirito Santo fu sottoposto nel deserto agli attacchi del diavolo, e non fu l’unica volta (Luca 4:13), ma ne uscì sempre vincitore.
L’apostolo Simon Pietro fu tentato e qualche volta ne uscì sconfitto, benché non spiritualmente distrutto, perché il Dio che libera dal maligno si era preso cura di lui (Matteo 16:21-23; Luca 22:31-34,54-62; Giovanni 21:15-19; Galati 2:11-14). Per mezzo di queste sue esperienze Pietro poté consigliare i credenti a resistere al maligno, a renderlo inefficace (1Pietro 5:9; Giacomo 4:7).
Ai credenti l’apostolo Giovanni scrive: “Se qualcuno ha peccato, noi abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto”, ma aveva precedentemente precisato che “Il sangue (sacrificio) di Gesù Cristo, Figlio di Dio, ci purifica da ogni peccato”. Ciò dimostra che il cristiano, essendo soggetto a peccare perché insidiato da Satana, se si pente, se invoca aiuto, ha sempre un Difensore e la possibilità di una purificazione. La cosa importante, per cui il credente non viene colpito a morte dal maligno (1Giovanni 5:16-18), è non declinare la fede in Dio per mezzo di Gesù Cristo.
Alla soglia del suo sacrificio, Gesù si rivolse specificamente a Simon Pietro per dirgli: “Simone, Simone, ecco, Satana ha chiesto di vagliarvi come si vaglia il grano, ma io ho pregato per te affinché la tua fede non venga meno”. Il maligno avrebbe insidiato tutti i discepoli ma Gesù pregò per colui che si riteneva fra loro il più forte, il più sicuro. Dio ci libera dal maligno quando, nonostante le debolezze dell’umana natura, che comunque possiamo controllare, scopre in noi un cuore sincero nei suoi riguardi.
Se, come afferma l’apostolo Giovanni, il mondo è in balia del maligno, non è così per i figli di Dio: “… il maligno non li tocca”. Il credente è dunque in mani sicure, tuttavia Gesù consiglia, a scanso di superbia e presunzione e confidanza nelle proprie risorse psicofisiche. Il maligno non tocca il credente se questi non gli è consenziente, come lo fu invece un Giuda Iscariota (Giovanni 13:21-27).

È meraviglioso constatare che tutti i concetti inseriti nel modello di preghiera, cosiddetto “Padre nostro”, ci sono stati con saggezza e amore proposti da Colui a cui appartengono il Regno, la Potenza e la Gloria in eterno e che tuttavia Possiamo chiamare PADRE NOSTRO!

GERMANO GIULIANI

  Formato pdf




Chi siamo | Dove siamo | Mappa del sito | Diritti d'autore

© www.tuttolevangelo.com 2002 - 2017 - Tutti i diritti sono riservati. È vietata ogni riproduzione anche parziale.
WEBMASTER - Direttore direttore@tuttolevangelo.com
Powered by FareSviluppo.it